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“Il pallone si gioca con la testa”


Il 25 ottobre del 2010, Robihno e Ibra il sbancano Fuorigrotta.  Ma il fato è benevolo col pubblico di fede azzurra e trova il modo di barattare la delusione del risultato avverso, con una singola e spaiata emozione. Che porta il nome di Eze Lavezzi. Il Pocho ha corso tanto, ha un’espressione smorta in viso, sembra proprio a corto di idee. Napoli ha scelto il suo idolo: un pazzo vi dico, un giocoliere dall’estro prezioso e movenze convulse. Un alchimista, un calciatore – che al grande campione – però,  manco s’accosta. Quelli bravi davvero, ti piazzano la zampata decisiva, non sbagliano le rifiniture, ragionano sul da farsi. E colpiscono a tradimento fiutando la crepa nell’impianto difensivo avversario. Come un buon avvocato che cura il caso controverso di diritto.  Niente di tutto questo era Eze Lavezzi, che però – possiamo dirlo senza temere rappresaglie – aveva spunti geniali.  Anche il gol che mi appresto a raccontarvi, non nasce  da una costruzione logica precisa.
Quando giocavo a pallone – da ragazzino – gli insegnamenti del mister, si snodavano attorno a due capisaldi di natura squisitamente tattica. O giù di lì. Primo: “Guagliò, si vir’ ca te superano, e nun ce sta modo e adderezzà, tras’ dinto e’cosce”. Crudele. Soprattutto perchè giocavo a mediano. Non ero un difensore, nossignore, ma il lavoro sporco passava per i miei piedi. Secondo: “Il pallone si gioca con la testa”. E qui, invece, c’ho sempre ragionato un po’ su. “Si gioca con la testa, con la testa, con la testa…” – E’ strano, perchè le idee brave mi baluginavano intorno alla corteccia cerebrale, e se proprio mi saltava il ticchio – beh,  ci provavo pure a smarcare l’attaccante e metterlo a tu per tu col portiere. Purtroppo però, il più delle volte, i miei lanci lunghi erano azzardi al pubblico pudore. Per esempio il 15 febbraio del 2006, per colpa di una zolla infame (si, davvero, fu colpa di una zolla) il mio tentativo di per sè inetto, prese in pieno petto una donna anziana – accorsa a vedere il nipotino nell’impianto di periferia. Paccheri a mai finire. Diciassett’anni avevo. Mi scusai e lasciai anzitempo il terreno di gioco, angariato dalla vergogna e intimorito dalle espressioni senza grazia dei parenti. Fu lì, però, che ebbi un’epifania. “Il pallone non fa per me”. No, scherzo, questo l’avevo capito già.  Ragionai sul rapporto tra calcio e architettura e pensai  che anche nel pallone esistono gli architetti. Quelli bravi e quelli che fanno crollare le donne anziane in sovrappeso. Zidane, Pirlo, Xavi, Rui Costa. Erano indubbiamente “quelli bravi”. Usavano il compasso, sintetizzavano soluzioni di gioco plausibili. Il tutto nello stretto raggio d’azione di un secondo. Il Pocho, invece, aveva uno strano rapporto coi 90′ minuti. Durante la partita viveva la sua personalissima boheme, scorrazzando come se l’incontro non dovesse mai finire. Gli “addetti ai lavori” la chiamavano generosità.  Ma basta, sto divagando. Torniamo a Napoli-Milan. Corre il minuto trentatre, quando il Ventidue con fare atarassico,  porta a spasso il pallone e s’insedia nell’aria avversaria. Sembra a corto di idee.  Poi succede una doppia piroetta che lo disorienta, fortuna vuole che anche il povero Sokratis ne rimane sbalestrato. Nell’arco di mezzo secondo, il Pocho cade e si rialza e e danza, dinanzi alla porta. Come una tarantola. Poi si lascia ricadere, e prima di formare col suo corpo – un angolo di 90° con la porta di Abbiati – decide che proprio in quel punto  preciso del campo – in uno stato di equilibrio precario – è il momento di piazzare l’affondo “obliquo”. Ecco, Zidane non l’avrebbe mai fatto. Forse nemmeno pensato, perchè il grande calciatore “il pallone lo gioca con la testa”. Probabilmente avrebbe preso a testate il profilo greco di Sokratis, così poco armonioso nei suoi lineamenti. Insomma, avrebbe usato la testa! Ma quella roba lì,  proprio non l’avrebbe inscenata. Il Pocho affonda il destro nell’erba bagnata dalla pioggia e scucchiaia il pallone quel tanto che basta da inastare la sua traiettoria. La gittata tiene il San Paolo con l’urlo compresso nella bocca; poi, dopo aver pizzicato la traversa, la sfera finisce alle spalle del portiere. Senza toccare la rete, perchè Lavezzi, la palla, proprio non la sa insaccare.  Vi giuro che questo gol è un ritratto perfetto del giocatore che Napoli ha tanto amato. Se non avessi visto chi tirava, avrei capito da me che si trattava del Pocho. Quel pallone c’aveva il ghigno del folle, e forse, pure la faccia un poco scema perchè nessuno si sarebbe mai sognato di calciare in quella posizione – a metà strada tra  la terra e l’aria. Solo Paganini se la poteva aspettare ‘na cosa del genere.  Ma Paganini aveva un patto col diavolo, si sa,  e quindi non conta. Quella palla palpitava nell’aria, di centimetro in centimetro. Era un azzardo su cui scommettere. Una mente instabile, un cavallo pazzo.

Giovanni Ibello

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